Il miglior modo per fare fotografia è non avere un piano da seguire.
Più ci si lascia trasportare dalle correnti, più ci si aprirà all’inaspettato, liberi da condizionamenti di qualsiasi genere; questo aprirà le porte alla nostra vera natura rendendoci sensibili a ciò che ci rende vivi e ci circonda.
Quando arriva un imprevisto si può agire in differenti modi.
Vivere l’imprevisto come una condizione sfavorevole e quindi fermarsi a lamentarsi senza cogliere il Nuovo oppure entrare nella dimensione dello sconosciuto ed imparare autonomamente a navigare nelle condizioni più disparate attingendo solo alla nostra forza interiore.
Si diventa come spugne che assorbono qualsiasi cosa, come uno stomaco che riceve e processa qualunque sostanza facendo una cernita dell’utile e dell’inutile, combattendo le disarmonie che si presentano lasciando permeare le sostanze fino agli strati più profondi dell’esistenza, capendo durante la lavorazione come comportarsi, senza avere un piano, senza fare progetti a lungo termine, senza rifiutare le azioni da svolgere poiché ognuna di esse potrebbe essere vitale ed al tempo stesso letale.
Si rischia, si vive, si va simbolicamente avanti pur restando umani.
Fotografare è un processo talvolta invisibile ai sensi più esterni ma ci rende vivi, attenti, pronti, esigenti e coglitori di occasioni.
Si fotografa per conoscersi e scrutare l’interno attraverso ciò che sembra esteriore, si lascia entrare la luce dall’obiettivo, al mirino, fin dentro al cuore con una nuova trafittura ogni volta che porta e porterà luce sul cammino vitale che stiamo facendo.
D.B.