Provare a raccontare una fotografia è operazione assai complessa.
Per distinguere l’opera dal mero reale, bisogna posare ogni arma, prima di tutto l’intelletto, poi bisogna mettere da parte la buona educazione ed il buon senso e lasciarsi assorbire dell’indecenza e dall’ indicibile che la fotografia porta alla vista.
La fotografia è cruda, disarmante nel suo essere amabile e amica dei giorni nostri.
Tutto si potrebbe dire di essa ma la verità è che trascende lo spazio ed il tempo, entra dentro, penetra con grazia e disarmo fino a far perdere la dignità con cui una persona si difende da essa.
La guardi e ti senti morire e la ami, e la odi, e vorresti ucciderla e poi coccolarla.
L’incontro con lei è qualcosa di aulico poiché stringe a sé l’essenza, il punctum, come lo definiva Roland Barthes ed è su questo che io vivo e indago.
È irrimediabile, ci sei solo tu e ciò che hai di fronte: Brutto, tetro, malinconico e selvaggio e lo odi così tanto da finire per amarlo poiché è l’unica certezza che hai.
Allora è amore per la fotografia ma anche paura e disprezzo.
Chiedersi: “Come ci sono finito io qui?” e poi, ancora: “tocca a me!” Quando sei sul punto di morire per una fotografia e dai tutto, tutto ciò che hai senza fare affidamento su nient’altro che essa.
Viva, viva la fotografia, nuda, cruda, come un intervento a cuore aperto in cui non sai altro che c’è qualcosa di più forte che ti tiene in vita.
Non sono le mani dei medici; è la passione.
D.B.